Il settore dei buoni pasto fa riferimento ad una serie di norme e decreti diversi.
La definizione di buono pasto come servizio sostitutivo di mensa aziendale che prevede le somministrazioni di alimenti e bevande e le cessioni di prodotti alimentari pronti per il consumo si ritrova con costanza nella normativa italiana (d.P.C.M. 18 novembre 2005, D.P.R. 5 ottobre 2010 n. 207, art. 285, decreto 122/2017 del Ministero dello Sviluppo Economico, art. 2 oggi abrogato e inserito con testo similare nell’allegato II.17 del D.lgs 36/2023, il c.d. Codice degli Appalti).

Tali decretazioni hanno poi consolidato la natura di single purpose voucher del buono pasto, ossia di un documento che garantisce il godimento di una sola prestazione, il servizio sostitutivo di mensa, secondo l’articolo 2002 del codice civile. Da ciò discendono due conseguenze:

  • Il buono pasto non si configura in nessun modo come uno strumento di pagamento.
  • All’interno delle soglie di esenzione, il buono pasto non è considerato reddito da lavoro.

Per via estensiva, l’Allegato II.17 del Codice degli Appalti, «al fine di garantire la libera ed effettiva concorrenza nel settore, l’equilibrato svolgimento dei rapporti tra i diversi operatori economici, ed un efficiente servizio ai consumatori» (articolo 1), individua:

  • gli esercizi presso i quali può essere erogato il servizio sostitutivo di mensa: oltre a bar e ristoranti, a mense aziendali ed interaziendali, a gastronomie, rosticcerie e grande distribuzione organizzata, i buoni pasto possono essere utilizzati anche presso mercati, locali di vendita gestiti da coltivatori diretti o spacci adiacenti alle industrie di produzione alimenti, gli agriturismi e gli ittiturismi (articolo 3).
  • le caratteristiche del buono pasto: questi titoli di legittimazione consentono al titolare di ricevere un servizio sostitutivo di mensa di importo pari al valore facciale del buono pasto; consentono all’esercizio convenzionato di provare documentalmente l’avvenuta prestazione nei confronti delle società di emissione; sono utilizzati esclusivamente dai lavoratori anche qualora l’orario di lavoro non prevede una pausa per il pasto; non sono cedibili, ne’ cumulabili oltre il limite di otto buoni, ne’ commercializzabili o convertibili in denaro e sono utilizzabili solo dal titolare (articolo 4),
  • il contenuto degli accordi tra società emettitrici ed esercenti: tali accordi devono contenere la durata del contratto, le condizioni economiche e non, il termine del preavviso per l’eventuale rinegoziazione o la disdetta; le clausole di utilizzabilità del buono pasto; l’indicazione dello sconto incondizionato riconosciuto alla società emittente dai titolari degli esercizi convenzionati; l’indicazione del termine di pagamento che la società emittente è tenuta a rispettare nei confronti degli esercizi convenzionati (articolo 5),

Dopo la Riforma del 2017 e ancor più dopo l’abrogazione del Decreto 122, la normativa relativa al buono pasto soffre ancora di alcune criticità.

Innanzitutto, è ancora viva la più vistosa anomalia legislativa: il mercato pubblico e quello privato sono entrambi regolati da un allegato del Codice degli Appalti. Non esiste infatti norma primaria regolativa del settore.

Altro punto critico risale al decreto legge 16 luglio 2020 n. 76: con una correzione alla normativa sui buoni pasto presente nel Codice degli Appalti si è introdotto un richiamo al c.d. “POS unico”, teso a garantire agli esercizi convenzionati un unico terminale di pagamento per l’accettazione di buoni pasto elettronici. L’attuazione di tale disposizione, ancora in fieri, dovrà tenere in considerazione la natura di «documento di legittimazione» (e non di strumento di pagamento) del buono pasto, al fine di evitare che frettolose decisioni su modalità e schemi di interoperabilità riconducibili a servizi finanziari producano distorsioni di sistema e costi supplementari per gli emettitori e gli esercenti.

Infine, il nuovo Codice degli Appalti (lDlgs. 36/2023) ha riformato la materia delle gare pubbliche per i servizi sostitutivi di mensa aziendale recependo le modifiche applicate con il D.l. Aiuti (legge del 15.07.2022 n. 91). In particolare, interviene su due punti:

  • La precedente lettera a) del comma 5 dell’art. 144 del Codice, recante la clausola di continenza tra sconto al cliente e commissione all’esercente, viene abrogata;
  • Nella precedente lettera c) del comma 5 dell’art. 144 del Codice viene introdotto, quale parametro di valutazione delle offerte, “lo sconto incondizionato verso gli esercenti in misura non superiore al cinque per cento del valore nominale del buono pasto”, con la precisazione per cui “tale sconto incondizionato remunera altresì ogni eventuale servizio aggiuntivo offerto agli esercenti”.

Tali modifiche limitano la portata applicativa della normativa sulle dinamiche concorrenziali e il disequilibrio di mercato. In particolare, introducendo un tetto allo sconto incondizionato, la previsione sterilizza un elemento essenziale del confronto concorrenziale ed appiana le differenze pure necessarie in un mercato dinamico e aperto.